Verdabbio

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IMPORTANTE INFORMAZIONE !

Vi informiamo che dal 01.01.2017 i Comuni di 6537 Grono, 6556 Leggia e 6538 Verdabbio sono aggregati in un unico Comune denominato Grono. Il nuovo Comune sarà raggiungibile al seguente indirizzo:  www.grono.ch

 

Visto quanto sopra vi comunichiamo che questa pagina non sarà più aggiornata.


Alcune Date
Età del Rame (4000 - 3000 a.C.):
  • Primi insediamenti umani?
  • Sassi coppellati?

 

Età del Ferro (1° millennio a.C.):
  • Nucleo primitivo.
  • Delimitazioni territoriali.

 

Età del Sacro Romano Impero (800 - 1800):
  • I De Sacco avevano un castaldo a Verdabbio.
  • Al giuramento di Mesocco del 1203 vi sono testimoni di Verdabbio.
  • 1315 Manfredo di Verdabbio è nominato procuratore del comune di Sorporta di Mesocco.
  • 1320 lo stesso Manfredo è chiamato a dirimere una questione tra Mesocco e Hinterrhein.
  • 1384 Scambio territoriale tra Verdabbio e Cama.
  • 1448 Verdabbio emana statuti di Polizia
  • 1509 Al restauro del Castello di Mesocco partecipano (per la loro perizia) tagliapietre di Verdabbio.
  • 1531 Adozione degli Statuti Nuovi della Centina di Lostallo alla presenza anche di un certo Moneta di Verdabbio.
  • 1620 ca. Verdabbio conta 100 fuochi.
  • 626 Leggia, Cama e Verdabbio costituiscono un’unica parrocchia.
  • 1710 Inizio tenuta registri parrocchiali.

 

Età Moderna (1800 – 2000):
  • Emigrazioni.
  • Pavimentazione strada Grono-Verdabbio.
  • Costruzione strada Verdabbio-Cama.
  • 16/30 aprile 1997 Incendio
     

Alcune curiosità storiche - Farina, pane e forni

La popolazione di Verdabbio di un tempo viveva principalmente di prodotti lattieri e della terra: coltivavano grano saraceno, segale, frumento, orzo, fagioli, patate e poche altre verdure. Il pane era alla base dell’alimentazione e così una decina di famiglie aveva il proprio forno all’esterno della casa.
Dopo la raccolta d’ottobre del grano, frumento e segale, si seminava il faiden, grano saraceno. In primavera, lo tagliavano con il seghezz (falcetto con lama a mezza luna), poi lo raccoglievano in covoni e lo lasciavano seccare nel campo. Passati alcuni giorni stendevano un panno sul suolo e battevano il faiden per separarne i chicchi. Con la spiga battuta si facevano dei mazzi usati nelle stalle come stram, mentre con el val di paglia, si toglieva la camicia al frumento, che, privo degli scarti, era pronto per essere macinato. Lo stesso procedimento era riservato all’orzo, seminato in marzo e raccolto in luglio, solo che essiccava in locali abbandonati o solai.
Fino al 1925 (anno in cui Carlo Anotta era a Verdabbio), i bambini trasportavano con i gerli il frumento ancora al mulino di Valdòrt, dove li aspettava la Celesta Cadlini. In seguito di dovette andare a Roveredo da Ancilla Togni, poi a Cama dai Bianchi e infine a Lumino. A Prada, alcune rovine testimoniano la presenza di un altro mulino, ma che nessuno ricorda funzionante, anzi, ne ignorano addirittura l’esistenza.
Per conservare la farina, la si teneva al fresco ma il locale non doveva essere umido. Essa non bastava per tutto l’anno, le famiglie erano molto numerose, e si doveva andare a comperarla a Grono. Il pane veniva fatto ogni dieci-quindici giorni e per la sagra di San Lorenzo, appena sfornate le pagnotte, si cuoceva la torta di pane. Per scaldare il forno si ponevano dei pampen (rami di vite) e si dava loro fuoco: una volta raggiunta la temperatura ideale per la cottura, si scopava il forno tirando da parte la legna e poi si riponeva il pane. A partire dagli anni 1950, dopo scuola i bambini andavano a Cama dal Nelo e dal Gin Belloli a comperare il pane.


Informazioni rilasciate da Carlo Anotta, Lostallo (classe 1915), Agnese Anotta-Ambrosetti, Verdabbio (classe 1948), Erminia Motalla-Borra, Verdabbio (classe 1935).

Alcune curiosità storiche - Il torchio a Valdòrt

Il periodo di costruzione della struttura è da situare attorno nel XVII secolo, in concomitanza con l’erezione della chiesa (1696). Le prime testimonianze scritte in merito al torchio risalgono ad inizio 1900 in documenti relativi al passaggio di eredità.
Sebbene fosse di proprietà privata era messo a disposizione della collettività. Così i viticoltori, terminata la fermentazione dell’uva nel tino, travasavano il vino nuovo nelle botti per la decantazione, mentre le vinacce erano portate a Valdort per essere torchiate e poi distillate nell’adiacente alambicco.
Nei decenni più recenti i vigneti nella zona sono diminuiti sensibilmente, così che l’attività del torchio si è ridotta a pochi giorni l’anno. La sua attività è comunque stata mantenuta fino al 1981 quando è il suo funzionamento è stato compromesso da un fortemente scoscendimento. Così restò un gigante addormentato nell’idilliaco Valdort fino a pochi anni fa, quando l’interesse e la voglia di rivederlo in azione si ripresentarono.
I lavori principali di restauro compresero la sostituzione delle parti o danneggiate dall’acqua e dal fango dello scoscendimento o corrose per l’età e il ripristino della sua funzionalità. Attualmente il torchio è messo in funzione una volta all’anno per un solo processo di torchitura.


Il testo presentato fa riferimento a pubblicazioni e fotografie dei seguenti autori: D. Salvini, R. Rigassi e A. Codoni

Alcune curiosità storiche - Lavatoi e bugada

Fino all’avvento delle macchine da lavare, si faceva bugada al lavatoio. Donne e giovinette avevano a disposizione due lavatoi: a Fontana si erano riservate le donne della parte superiore del paese, mentre al lavatoio de Goia lavavano le famiglie delle zone sotto stradae del canton din dent. La biancheria era insaponata a casa e se ciò non bastava a renderla pulita, la si faceva bollire con la cenere dapprima nei mastelli e poi nella lessiveuse (pentola a fondo piatto). Il ranno bollente (scmei), lisciva fatta con cenere di camino setacciata, veniva versato sui pani insaponati. Con l’arrivo della lessiveuse, la cenere era depositata in un sacchetto e la biancheria sempre scaldata mediante la pigna a legna. Usando la cenere, bisognava ripetere l’operazione alcune volte per ottenere panni puliti e profumati. Ultimata la fase d’insaponatura, si caricavano i gerli e si portava i panni ai lavatoi per essere risciacquati. Il lavatoio de Fontana è particolare in quanto composto da due vasche, permetteva di lavare in una e resentare nell’altra. Ognuno faceva il proprio bucato, solo le famiglie benestanti avevano la donna che si occupava della pulizia del loro bucato.


Informazioni rilasciate da Carlo Anotta, Lostallo (classe 1915), Agnese Anotta-Ambrosetti, Verdabbio (classe 1948), Erminia Motalla-Borra, Verdabbio (classe 1935).

Alcune curiosità storiche - Sagre paesane

A quei tempi, la religione era molto più radicata nella vita di uomini e donne. Si racconta che la messa settimanale si teneva il mattino presto e si andava però solo se era per un parente defunto. La domenica, la messa e i vesperi erano cantati e terminata la funzione, gli uomini facevano il giro delle case per scolarsi qualche bicchierino in compagnia.
Si festeggiavano San Pellegrino (02 gennaio) e il patrono San Pietro (29 giugno), poi sostituito dal compatrono San Lorenzo (10 agosto) perché i contadini, alla fine di giugno, erano ai Piani di Verdabbio per il taglio del fieno.


Informazioni rilasciate da Carlo Anotta, Lostallo (classe 1915), Agnese Anotta-Ambrosetti, Verdabbio (classe 1948), Erminia Motalla-Borra, Verdabbio (classe 1935).

Monumenti ecclesiastici - Chiesa parrocchiale di San Pietro

La chiesa parrocchiale è menzionata per la prima volta nel 1219 nella Fondazione del Capitolo di San Vittore cui appartenne fino al 1611, quando si staccò per formare una parrocchia comune con Cama e Leggia; divenne autonoma nel 1632. Il 30 luglio 1359 ebbe luogo una riconciliazione della chiesa e vi esisteva già un cimitero. Nel 1497 si compiva una nuova consacrazione in onore dei Santi Pietro, Andrea e Martino; nel 1508 appare la prima volta come compatrono San Lorenzo, martire. Del 1536 è datata la sentenza di spese causate per la riconsacrazione della chiesa di San Pietro a causa di un’aggressione.
Un nuovo ampliamento fu effettuato nel 1668 come indica la data sopra la porta. Da Cama i Padri Cappuccini provvidero alla cura spirituale dal 1683 al 1706.

Cf. Lorenzi, Erminio, “Status Animarum” del Moesano dal 1627 al 1854, s.n., 1970, pp. 64-66.

Esterno
La facciata dell’edificio è scandita da lesene e nicchie con la raffigurazione di santi, e culmina con un timpano e un oculo centrale.
Interno
La navata unica, ora con soffitto in legno, era prima portata da una volta del 1855, poi levata nel corso degli ultimi restauri (1976-1986).Il coro invece ha mantenuto la volta con le immagini dei quattro Evangelisti.
A sinistra dell’entrata, dopo il fonte battesimale, si apre un’abside a pianta quadrata dedicata a Sant’Antonio Abate, con una tela del XVII secolo che ricorda San Remigio. Le pareti laterali della navata portano due tele, l’una raffigurante la Vergine e Sant’Antonio in adorazione del Bambino Gesù e l’altra la Cena in Emmaus. All’entrata del coro, due altari in stucco sono coronati dalla figurazione dell’Annunciazione, mentre le pale rappresentano San Pellegrino tra i Santi Carlo e Lucio, a destra, la Vergine col Bambino tra i Santi Rocco e Sebastiano, a sinistra. La pala d’altare presenta la Crocifissione di Gesù assistito da Maria Maddalena, San Pietro e San Lorenzo.


Monumenti ecclesiastici - Cappelle private nel nucleo

In occasione della festa del Corpus Domini i fedeli partecipavano alla processione che dalla chiesa parrocchiale raggiungeva l’edificio dedicato a Maria Addolorata, passando da una cappella all’altra.
Tutta la biancheria bella, impreziosita da pizzi lavorati a mano, veniva posata con cura su drappeggi rossi sangue e messa in bella mostra sopra gli altari. Quadri religiosi con scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, candele e fiori, erano i protagonisti di questo palco di pietra fredda. La capela di Bacchetta e l’altra in Dèra si presentano oggi in pessimo stato di conservazione, con immagini sbiadite dal passar del tempo e dai cambiamenti climatici. Sulla carrale che dai Piani di Verdabbio porta in paese, alcune cappelle davano conforto al viandante e ai contadini stanchi che facevano ritorno dai campi: due cappelle in Pordèra ai Piani di Verdabbio, la capela di Piet e la Capela in Riva.


Monumenti ecclesiastici - Cappella di Santa Maria Addolorata

Meta delle processioni, l’edificio del XVIII secolo è stato eretto in onore di Maria Addolorata, per volere di Antonio Maria Biondini. La navata unica e l’abside semicircolare creano un’atmosfera di raccoglimento particolare. Le statue in legno della Pietà, dei Santi Chiara d’Assisi e Sebastiano abitano le nicchie riparate da vetri colorati. Queste sculture risalgono probabilmente al XVII secolo.
Da alcuni anni la Cappella di Santa Maria Addolorata è stata sottoposta a dei restauri interni ed esterni.


Monumenti ecclesiastici - Cappella di Santa Maria Immacolata a Valdòrt

Tra Verdabbio e Leggia, circondato da piante di castagno, fatica a mantenersi vivo il nucleo rurale di Valdòrt. Salendo la ripida carrale in acciottolato, all’ombra di una pergola, si giunge sul sagrato della Cappella dedicata a Maria Immacolata.
Eretta alla fine del XVII secolo, è stata oggetto di un’importante campagna di restauro ultimata nel 1994. A base longitudinale, la navata unica conduce prima il fedele, ora il visitatore, davanti all’abside semicircolare. L’altare composto da due colonne nere fa da cornice alla pala d’altare, raffigurante l’Immacolata. Rispettando l’iconografia medievale, la madre di Cristo appoggia i suoi candidi piedi sulla luna falciata e calpesta il drago, simbolo del maligno.
Nel 1993, Reto Rigassi ha installato un sistema che nel giorno della festa dell’Immacolata (8 dicembre) provoca una luce bianca, che va a posarsi sul volto di Maria. Due particolari specchi, uno rosso e l’altro blu, collocati nella chiesetta, catturano ognuno un raggio solare e lo rifrangono sulla pala d’altare.
Da parecchi decenni, la messa in onore alla Madonna Immacolata viene celebrata la seconda domenica di settembre, quindi anticipata di alcuni mesi perché a inizio dicembre era sempre brutto tempo e la gente che scendeva a piedi da Verdabbio faceva fatica a spostarsi con la neve.


Cf. Agustoni, Edoardo, Guida all’arte della Mesolcina, Locarno, 1996, pp. 93-99.

Monumenti ecclesiastici - Archeologia Rupestre - massi cuppellari Verdabbio

 

Allegato 1: Entdeckungspfad der Schalensteine Verdabbio (.pdf)

Allegato 2: Alla scoperta dei massi cuppellari Verdabbio (.pdf)

Allegato 3: Schalenstein-Plan Verdabbio (.pdf)

Allegato 4: Piano massi cuppellari Verdabbio (.pdf)

 

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Per massi cuppellari s’intende quei macigni che presentano sulla loro superficie delle incisioni di varie epoche (dal Neolitico fino al Medioevo). Solitamente sono  nel bosco, posizionati vicino a sentieri e ubicati in posizione prevalentemente panoramica. Storie di orchi, diavoli e streghe erano all’origine dei nomi dati a tali sassi. La Chiesa li ha combattuto con fervore, definendo sacrileghi i loro adoratori. La loro funzione di sedi di culto rimane però solo ipotetica. Per quanto riguarda il significato delle coppelle si ha parlato di: piccoli contenitori di offerte alle divinità, simboli di culti solari, rimembranze di defunti, immagini di costellazioni, calendari astronomici, indicatori di direzione, incavi recenti o fatti per gioco o atto di incidere come forma di preghiera. Queste sono le ipotesi azzardate e nessuna convalidata scientificamente.
I reperti inventariati nel comune di Verdabbio occupano un’estesa zona a monte del paese: una ventina sono massi a cielo aperto, altri invece bisogna cercarli in una grotta. In base ai rilevamenti di Franco Binda si può giungere alla conclusione che sulla maggior parte dei massi del comune sono state scavate delle coppelle, anche se il Moesano risulta ricco di incisioni miste. Si tratta di incavi emisferici con l’aspetto di piccole coppelle, singole o anche collegate tra loro da canaletti.
L’Asscitt del pian dèla Conca, con una superficie di 100 m2 fa parte dei massi cuppellari più grandi della Svizzera italiana. Presenta 160 incisioni tra le quali anche triangoli, una forma d’albero, croci, … Sul suo lato nord si apre una caverna lunga una decina di metri, larga mediamente m 1,5 e alta da poterci stare in piedi. All’interno, 14 coppelle, due croci e un triangolo scolpite su una mensola naturale, si sono conservate integre, essendo al riparo dai cambiamenti climatici.
El Sass de l’Orch è un masso che oscilla ed è situato nel bosco, in posizione panoramica, sul sentiero che porta al Pian dela Conca. Del volume di circa 20 m3, porta incise sedici coppelle e una croce.
El Sass del Diavol è caratterizzato da tre grandi incavi comunicanti. Una leggenda racconta che a scavarli sia stato il diavolo in persona alfine di attuare un suo losco disegno.


Cf. Binda, Franco, Archeologia rupestre nella Svizzera italiana, Locarno, 1996, pp. 69, 186-190.
Cf. Binda, Franco, Escursione nella Preistoria del Moesano, Roveredo, 1985, pp. 34-44.

 

Filmato relativo al progetto Massi cuppellari Verdabbio:

https://www.youtube.com/watch?v=W0C9APUtllM